Desiderio ed educazione

Quarto “caffè formativo” promosso dall’Associazione Direzione Scuola

Il giorno 6 novembre 2020 in diretta streaming si è svolto il quarto incontro formativo, promosso dall’associazione Direzione Scuola incentrato sul tema del rapporto tra desiderio e educazione.

Insieme al sottoscritto è stato invitato in qualità di primo relatore il prof. Ubaldo Fadini Ordinario di filosofia morale presso l’Università di Firenze. Ha moderato la serata la prof.ssa Fiammetta Russo appartenente al Direttivo Comitato Direzione Scuola. Collaboratrice del Dirigente Scolastico presso l’I.C. “Ines Giagheddu” di Calangianus (SS). Dopo i saluti di rito e la presentazione dell’evento da parte della moderatrice, ha preso la parola il prof. Fadini.

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L’intervento del prof. Fadini

Vivere è un’avventura

Partendo dal testo di E. Morin “Insegnare a vivere”, il prof. Fadini coglie la centralità dell’affermazione “il vivere umano è un’avventura” come enunciato attorno a cui ruota il tema centrale della relazione. Ovvero la vita è un errare, un muovere e per vivere in un modo fluido è fondamentale avere delle conoscenze pertinenti, ben situate e mirate.

Citando l’opera di Ulrich Beck “La società del rischio”, il relatore invita al confronto con il tema dell’incertezza, che rappresenta la realtà attualissima che stiamo vivendo, proprio in questo periodo di pandemia. Il presupposto è dato dall’urgenza di avere competenze professionali a disposizione, ossia avere competenze esistenziali che coincidono con la capacità di comunicazione e di comprensione. Collegare in qualche modo i saperi, le conoscenze alla vita concreta, reale. Lo scopo della riflessione è aiutare a ben vivere, al ben-essere nel mondo che consistono nel favorire le pratiche di condivisione, collaborazione, solidarietà, convivialità.

L’uomo: essere in relazione

Altro presupposto fondamentale che si ricava dalla riflessione di Morin è l’asserto: “l’uomo è essere in relazione”. Per questo motivo è importante fare i conti con gli imprevisti, le sorprese, le deviazioni: da questo punto di vista una buona pratica educativa è chiamata a sostenere la vita dei soggetti.

Il vero ambiente utile per l’uomo è quello che è in grado di modificarlo, per cui l’educazione è chiamata a farsi carico anche dell’ambiente educativo, poiché la questione del comprendere non è solo di natura intellettuale, ma è umana e il fallimento va considerato come occasione di crescita, di ripresa creativa poiché “se ho fallito, la prossima volta cercherò di fallire meglio”: questa è l’ottica positiva dell’errore.

L’intervento del prof. Daniele

Desiderio: “nostalgia delle stelle”

Il mio intervento, partendo dall’analisi etimologica del termine “desiderio” inteso come “nostalgia delle stelle”, ha voluto indagare sinteticamente la dinamica del desiderare in relazione al bisogno, al piacere, alla pulsione, cogliendo anche la differenza tra i termini.

In sostanza il desiderio di cui si vuole parlare riguarda il raggiungimento di una vita piena, compiuta, riuscita e felice. La domanda di fondo attorno alla quale ruota il senso del discorso è: “È possibile per l’uomo vivere una vita felice?”.

Il contributo educativo del desiderio

La seconda parte dell’intervento si è focalizzata su alcune piste di riflessione circa il contributo che l’educazione al desiderio può offrire nell’ambito pedagogico (in virtù anche delle nuove disposizioni relative all’educazione civica nelle scuole):

  1. Educazione delle emozioni, trasmissione dei valori: amicizia, rispetto, dialogo, libertà, famiglia, amore.
  2. Educare all’autonomia, ossia stimolare un apprendimento attivo nell’alunno. Il docente più che un trasmettitore di conoscenze deve essere una persona capace di coinvolgere gli alunni nella “creazione” (verbo biblico-religioso) del sapere e dunque nella costruzione di significati.
  3. Educare al gruppo o meglio alla comunità: l’altro educa me, devo imparare a stare con l’altro, a condividere, a farmi prossimo.

Educare alla vita buona e bella

La vita di classe è arricchita dalle conoscenze degli allievi, i quali si sentono responsabilizzati dal fatto che sono essi stessi a poter creare conoscenza proprio attraverso la loro diretta collaborazione: l’adulto quindi non è l’unico, né il migliore degli insegnanti possibili. Anche gli alunni in modo vicendevole contribuiscono a creare le strutture di conoscenza che permettono, attraverso un’adeguata riflessione comune, la costruzione del significato della realtà.

Il filosofo MacIntyre sostiene che il bene morale e i significati umani si possono identificare solo all’interno di comunità entro cui ciascun individuo raggiunge una specifica identità anzitutto culturale e poi anche sostanziale: essere uomini che vivono insieme, collaborano fra loro e si riconoscono vicendevolmente come membri di una medesima comunità. emerge la concezione aristotelica del valore come BENE MORALE: per MacIntyre la virtù è una “pratica” umana virtuosa, una forma di attività umana cooperativa. Virtù è una qualità esclusivamente umana che si acquisisce in vista della VITA BUONA e BELLA intesa non solo come ideale, ma come scopo reale che l’uomo può raggiungere, solo se capace di collaborare di stare con gli altri (dialogo interreligioso, integrazione delle diversità intesa come ricchezza e partecipazione dell’individuo alla costruzione del Bene).

Occorre dunque insegnare che tutti hanno diritto al pieno rispetto, perchè la diversità è una risorsa per lo sviluppo complessivo (i bambini in ciò sono per noi dei “validi maestri”!): l’integrazione fra diversi significa arricchimento per tutti e non annientamento di qualcuno.

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