La notizia della morte di Papa Francesco è giunta inaspettata la mattina del 21 aprile 2025.
Lo avevamo visto tutti, certamente provato dal suo precario stato di salute, il giorno di Pasqua, ossia il mattino precedente, in mezzo al suo gregge per salutare e benedire, perchè come era solito dire “il vero pastore deve avere l’odore delle pecore”. Non ha mollato la sua missione fino alla fine, la sua è stata una testimonianza del Vangelo persino nei lunghi giorni di degenza in ospedale. La sua dipartita così “a sorpresa” non ci ha dato il tempo di elaborazione, siamo rimasti come “pecore senza pastore” (Mc 6,34).
Questo è stato un po’ lo stile di tutto il suo pontificato, uno stile davvero evangelico, ossia quello di lasciarci interdetti circa le nostre false convinzioni, oppure nel lasciare tutti stupiti circa alcuni suoi gesti, scelte o affermazioni di attenzione ai poveri, agli ultimi della società, a tutti. il suo carattere così affabile, ma nello stesso tempo tenace e convinto lo ha portato a fare delle scelte spesso non così popolari ma sempre illuminate dalla parola scandalosa del vangelo che, sin dall’inizio del cristianesimo è Parola forte efficace e trasformante la realtà.

L’eredità che ci ha lasciato Papa Francesco
Anche la sobrietà ha caratterizzato il suo ministero di Pontefice, che dall’inizio alla fine ha visto la scelta di un appartamento in Santa Marta e non nel palazzo dei Papi, un’auto utilitaria per gli spostamenti, una croce e un abbigliamento semplici e austeri, un linguaggio diretto, schietto ed esigente, ecc. fino alla scelta di un funerale sobrio e senza eccessi celebrativi. Un Papa che ci ha spronati ad aprire lo sguardo sul mondo, la natura, la realtà che se è in crisi è perché sicuramente è preceduta da una profonda crisi antropologica che rappresenta una vera emergenza, ha dato inizio a diversi processi, cammini che ci portano e ci chiedono di riconoscere l’umano che si offre oggi all’attenzione della Chiesa, la quale non può restare indifferente in virtù del Vangelo che annuncia e testimonia.
Siamo chiamati a raccogliere la sua eredità che ci ha lasciato un’immagine di Chiesa aperta a tutti, definita “ospedale da campo”, attenta ai bisogni e ai desideri umani di compimento e di felicità, disponibile al dialogo che sa intercettare e accogliere l’altro come un fratello che ha qualcosa da dire e magari da suggerire per migliorarsi insieme. Una Chiesa che, grazie al suo insegnamento, ha intrapreso la strada di uno stile sinodale qualificante le relazioni e il modo di trasmettere l’annuncio evangelico nella condivisione e nella corresponsabilità della missione che ciascun battezzato è chiamato a mettere in atto., o meglio a servizio dell’umanità.









