Come la teologia possa aiutare a riflettere su un evento bellico

Il non senso che la guerra porta con sé

In questo periodo così travagliato per l’umanità, sotto tanti punti di vista, emerge in maniera chiara ed evidente come la prepotenza della guerra tra Russia e Ucraina sia piombata in maniera così assurda e insensata, in un momento storico in cui, a motivo della pandemia da covid 19, siamo stati già provati da sofferenze, disagi, depressioni, momenti di vera e propria disperazione e morte. Sembrerebbe azzardato provare a riflettere su come la teologia possa aiutare a riflettere su un evento bellico che in sé rappresenta la concretizzazione del male, ma siccome nel passato purtroppo la Chiesa, attraverso anche l’appoggio e il beneplacito di Pontefici belligeranti, ha cavalcato l’onda della guerra, giustificandola erroneamente e forzatamente dal punto di vista biblico-teologico, sarebbe utile offrire alcune linee di pensiero che possano chiarire il NON senso che la guerra porta con sé.

Chiesa e guerra Teologia in pillole - Claudio Daniele teologia in pillole

Alcune piste di riflessione biblica

Dal punto di vista dell’analisi della Sacra Scrittura, in modo particolare guardando ad alcuni passaggi dell’Antico Testamento, ci rendiamo immediatamente conto di come la procedura della guerra sia un elemento se non costante, ricorrente lungo tutta la storia del popolo di Israele. Quest’ultimo, considerato all’interno del contesto storico, sociale, geografico del 3000 a.C. circa, vive la situazione di tutti gli altri popoli antichi, che si ritrovano a dover fare la guerra per conquistare territori, ridurre i nemici in schiavitù, ottenere potere e prestigio. Queste brevi indicazioni generali, non vogliono assolutamente giustificare l’atto bellico in sé, ma servono anzitutto per inquadrare la questione della guerra come dinamica pressoché accettata e “normale” di progressione e vitalità dei popoli.

Il comandamento “Non uccidere”

La questione si pone in maniera ancora più spinosa e controversa attorno al centro della Torah (Legge) ebraica che nel decalogo così ingiunge all’uomo: “Non uccidere”. Questo comando a prima vista sembrerebbe dunque vietare ogni forma di uccisione premeditata e davvero intenzionale nei confronti del fratello, per cui da questo punto di vista sembrerebbe la soluzione alla questione della guerra. Ma per la Bibbia, nonostante questo comando, non è così: basti ricordare come speso Dio ordini agli Israeliti di combattere contro le altre nazioni o contro i nemici (Giosuè 4,13; Samuele 15,3). Lo stesso Dio è definito “Il Signore degli eserciti”, la cosa curiosa è che però nella stessa Bibbia

Dio è anche indicato come colui che “farà cessare le guerre sino ai confini della terra” (Sal 46,10).
La guerra dunque per l’antico popolo di Israele è una realtà che purtroppo fa parte del quotidiano sociale, per cui lo stesso popolo eletto tenta nella Scrittura di integrarla con la sua concezione religiosa, ponendo Dio JHWH ovviamente dalla parte del popolo. La stessa assistenza di Dio che sostiene il popolo in battaglia viene riconosciuta come presenza che giustificherebbe, in qualche modo, la possibile uccisione del nemico.

Il male come evidenza del “non senso”

Siccome il testo Sacro ha come autori Dio e gli uomini, non si può far altro che rilevare come il peso della condizione di peccato, limitatezza, incapacità d’amare, l’infedeltà e il male siano elementi che sin dall’origine dell’universo, entrino in maniera drammatica e prepotente anche nella storia dell’alleanza tra Dio e l’umanità. La Bibbia non nasconde il non senso del male, anzi lo pone in evidenza affinché l’uomo non cada nella sua trappola. Questo però non basta poiché l’uomo, pur essendo ad immagine e somiglianza di Dio, cade difronte alle lusinghe del male. La Bibbia però non giustifica la guerra in nome di Dio, semmai questa è narrata come dato storico che ha permesso al popolo di Israele di avere una terra, difenderla e proteggersi dai popoli vicini. Insomma sembrerebbe che la guerra emerga come una scelta umana, legata alla contingenza storica e che l’israelita rilegge, attraverso la vittoria sui nemici, come approvazione e protezione divina.

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