La vita umana viene percepita come non autentica
Società e famiglia vengono: ruoli-maschere degli individui
Come già anticipato, nello scritto pirandelliano, la vita umana viene percepita come non autentica, poiché insieme alla società e alla famiglia vengono assegnati agli individui dei ruoli-maschere. La vita addirittura appare come un labirinto da cui non c’è via d’uscita: il corpo diventa la necessità da cui non è più possibile liberarsi. Di fronte a tale situazione, a volte, nell’uomo nasce il tentativo di fuga, alla ricerca della libertà, della vita vera, con l’obiettivo di evadere dalla prigione di forme convenzionali. A questo proposito, prima di fuggire, la vita appare caratterizzata da un forte desiderio di libertà accompagnato da sofferenza, così anche per la vita dopo la fuga in cui la libertà risulta pura apparenza, e il desiderio mira a una nuova esistenza sempre accompagnata da grande sofferenza.
Uno dei tentativi di ripiegamento può essere riscontrato nella cosiddetta pazzia cosciente, con la quale ci si vuole liberare dai vincoli: il risultato è pressoché analogo ossia una vita non vissuta, accompagnata dal gusto amaro per l’apparente libertà. Dunque l’esistenza è assurda esattamente come ogni ribellione. Nel tentativo di essere liberi ci si sente sempre più legati e condizionati dalla nuova situazione o dalla nuova realtà che si presenta; emerge chiara la paradossalità di tale condizione poiché i vincoli (leggi, legami, convenzioni) generano paura e danno la sensazione di chiusura, soffocamento, ma d’altro canto è l’unica possibilità concessa all’uomo.
Si tratta di una vera e propria contraddizione tra il desiderio di libertà e il bisogno dei legami. La conseguenza della fuga allora risulta essere una libertà apparente, l’esilio della non-vita, cioè la mancanza del senso di esistere. Ogni volontà di fuga fallisce miseramente per cui la vita vera, sognata, desiderata, rimane irraggiungibile.

Il coraggio della libertà: “La carriola”
l desiderio della libertà in Pirandello, assume anche il carattere di una scelta coraggiosa e controcorrente: questa riflessione la si può intravedere nelle righe della novella intitolata “La carriola”[1]. A volte si è costretti ad abbandonare l’immagine che abbiamo di noi stessi: L’avvocato tratteggiato da Pirandello capisce che, per comprendere realmente chi siamo, non basta avere una professione stimata, una famiglia da cui tornare. Non bastano nemmeno l’intelligenza e la follia:
«Lo compio ogni giorno al momento opportuno, nel massimo segreto, con spaventosa gioia, perché vi assaporo, tremando, la voluttà d’una divina, cosciente follia, che per un attimo mi libera e mi vendica di tutto»[2].
Egli giunge a questa conclusione in un momento apparentemente senza significato, mentre viaggia su un treno di ritorno verso casa. Capisce che ha passato la vita ad indossare variegate maschere che cambia a seconda dell’occasione che gli si presenta. Pirandello attento all’inquietudine dell’uomo e al dramma chi si svolge nel suo animo, attraverso uno stile scorrevole, così descrive la consapevolezza del protagonista:
«Conobbi d’un tratto d’essere stato sempre come assente da quella casa, dalla vita di quell’uomo, non solo, ma veramente e propriamente da ogni vita. Io non avevo mai vissuto; non ero mai stato nella vita; in una vita, intendo, che potessi riconoscer mia, da me voluta e sentita come mia. Anche il mio stesso corpo, la mia figura, quale adesso improvvisamente m’appariva, così vestita, così messa su, mi parve estranea a me; come se altri me l’avesse imposta e combinata, quella figura, per farmi muovere in una vita non mia, per farmi compiere in quella vita, da cui ero stato sempre assente, atti di presenza, nei quali ora, improvvisamente, il mio spirito s’accorgeva di non essersi mai trovato, mai, mai!»[3]
Dinanzi a tale riconoscimento, il protagonista ritiene che è arrivato il momento di strappare via quello scudo pesante e opprimente che gravava sulla sua esistenza e decide a modo suo di liberarla, smettendo di nasconderla, almeno a se stesso, attraverso la ricerca di una sopravvivenza che non sia solo apparenza. Egli dimostra un desiderio di portare avanti quella messa in scena di cui hanno il bisogno tutti quelli che lo circondano, che non sa bene quando e come ha costruito ma a cui ormai si è affezionato. Ma esprime anche il desiderio di creare uno spazio che sia solo suo, un momento di “sana” follia, in cui essere pienamente se stesso. L’avvocato non rinuncia all’esistenza che fin lì ha costruito, ma nel segreto del suo studio compie un gesto, sempre lo stesso, nel quale lui non è padre, né marito, né avvocato, né borghese, ma si sente, per un attimo, semplicemente libero. Questa immagine sembra suggerire come ognuno si possa conquistare la propria libertà come e dove può, per il tempo che gli è concesso. La libertà dunque risulta essere un gesto innocuo, liberante da dover compiere velocemente e di nascosto poiché, in ultima analisi, genera un senso di vergogna che riporta alla drammaticità del quotidiano.
[1] Pubblicata all’inizio nella raccolta E domani, lunedì… (Treves, Milano 1917) e successivamente compresa nel tredicesimo volume delle «novelle per un anno», Candelora (Bemporad, Firenze 1928). Cfr. Appendice pag. 14 e ss.
[2] L. PIRANDELLO, La carriola, r. 10.
[3] L. PAREYSON, Dostoevskij, Einaudi, Torino 1993, 118.









