Da Luigi Pirandello a Dostoevskij

La dinamica della libertà in relazione al desiderio

Lo scopo di questo contributo sarà quello di indagare la dinamica della libertà in relazione al desiderio, attraverso la lettura e l’analisi di alcuni passaggi significativi di due autori che hanno approfondito la dimensione radicale della libertà, intesa come possibilità per l’uomo di soddisfare il proprio desiderio di auto-realizzazione, in modo paradossale.

L’analisi si svilupperà a partire da Luigi Pirandello con un primo approccio al tema del rapporto tra apparenza e realtà nel romanzo Il fu Mattia Pascal. A partire da questa relazione contrastante, si coglierà l’assurdità del desiderio di identità che l’uomo, difronte alle vicissitudini dell’esistenza, trova infranto. Questa situazione genera dunque lo smarrimento della libertà che, in realtà, coincide con la crisi stessa della vita dell’uomo, chiamato a mascherarsi continuamente nei confronti di se stesso e dell’intera società. Nel pensiero di Pirandello emergerà anche, in modo preciso, la necessità di avere coraggio nella scelta della libertà, per dimostrare almeno a se stessi quanto è importante abbandonare, anche solo per un istante, l’immagine che l’uomo si è costruito. Infine si passerà brevemente alla ripresa del pensiero di Fëdor Dostoevskij sulla tematica del paradosso della libertà che, se vogliamo, può essere considerato il tema che accomuna entrambe gli autori nella ricerca sul significato della libertà, intesa come dramma umano esistenziale sia interiore che esteriore.

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Il contrasto tra apparenza e realtà

Il fu Mattia Pascal, uno dei più celebri romanzi del novecento, si colloca nell’ambito del moderno romanzo di analisi, che affronta lo sconvolgimento di identità dell’individuo caratterizzante il periodo di crisi della fine del XIX secolo, in quanto propone il dramma esistenziale di un uomo che non è in grado di stabilire la propria identità1. Mattia crede di potersi liberare dalle finzioni e dai legami sociali diventando un altro, ma questa nuova condizione, che lo dovrebbe portare finalmente a vivere in modo autentico, si rivela ancora peggiore: la nuova vita poggia infatti su un’ulteriore finzione che lo costringe ad una continua recitazione. Riaffiorano allora la pena di vivere, la sofferenza e la coscienza di essere solo una maschera, un’apparenza, un’ombra.

Dopo questo tormentoso percorso, Mattia si rende finalmente conto di non poter possedere alcuna identità reale: quello che gli resta è solo un nome. Tutta la vita risulta essere una finzione e l’uomo appare come una marionetta che partecipa ad una messa in scena, rappresentata dal vivere convenzionale che gli altri gli impongono. La maschera che Mattia ha assunto durante il romanzo non gli ha comunque impedito di agire, di vivere coscientemente il proprio dramma, di analizzare la propria condizione, tanto da rendersi conto di essere costretto a ricoprire un ruolo che non gli corrisponde: questa consapevolezza dapprima genera un effetto comico, ma in un secondo momento si trasforma in pena e angoscia verso se stesso, ovvero la dolorosa consapevolezza del male di vivere. Del resto Pirandello afferma che la sola forma d’arte possibile nel mondo moderno è l’umorismo: se la comicità nasce da una situazione paradossale (il contrario di ciò che dovrebbe essere) e grottesca, l’umorismo deriva dalla scoperta delle cause (spesso patetiche) che hanno portato a quella situazione. Insomma quest’ultimo consente di cogliere gli aspetti a-normali del comportamento umano. L’artista infatti non deve suggerire sogni ed evasioni dalla realtà, ma sottolineare gli atteggiamenti che l’uomo assume nella vita quotidiana: da questi potranno emergere elementi in apparenza ridicoli, ma in realtà drammatici. Gli uomini per conoscere il mondo e gli altri, devono formarsi delle idee, dei concetti su di essi (in poche parole giudicare), attribuendo agli altri dei ruoli e delle identità specifiche (maschere che ingabbiano la persona impedendole di essere viva e vera). Nella società e nella vita quotidiana ogni individuo indossa le maschere che gli altri gli hanno assegnato e che dipendono da ciò che questi pensano di lui. La vita risulta essere solo una finzione, una rappresentazione teatrale in cui ogni essere è un attore, in più il singolo è conosciuto da più persone, ognuna delle quali attribuisce maschere ed identità diverse: ogni essere quindi appare diverso a seconda dell’interlocutore. Tutte queste opinioni diverse non coincidono con la realtà, né con ciò che il singolo pensa di se stesso. L’unica possibilità che rimane è accettare le maschere, conformandosi ad esse e recitando i vari ruoli assegnati, oppure ribellarsi accettando la libertà del continuo cambiamento della vita senza fissarsi in alcuna etichetta, identità, forma. Ciò però può portare al rischio dell’autodistruzione (essere nessuno), del continuo cambiamento e gli altri potrebbero giudicare tale esito come sintomo di pazzia. Lo scrittore, quando crea un personaggio tratto dalla realtà quotidiana deve quindi riflettere su di esso, metterne a nudo l’anima, liberandolo da quella maschera in cui le opinioni proprie o altrui lo hanno imprigionato. Nel suo testo Pirandello mescola dunque il tragico con il comico, la serietà e l’ilarità: ne emerge un mondo di sentimenti e di comportamenti nel quale non esiste alcuna armonia e la vita dimostra così tutta la sua assurdità.

Per l’analisi di questo paragrafo cfr. E. LAURETTA, L. Pirandello. Storia di un personaggio «fuori di chiave», Mursia, Milano 1980.

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Claudio Daniele

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