Teodicea: la giustificazione di Dio rispetto al male
L’integrità delle persone davanti a Dio
La parola Teodicea, deriva dal greco ed è composta da due termini precisi che sono Teo: Dio e Dike: giustizia, dunque nel suo significato originale si riferisce alla questione della Giustizia divina. Si tratta di quella riflessione teologica che intende indagare il senso della giustizia di Dio nel confronto con la realtà del male e, di riflesso, nel rapporto con la giustizia umana.
Questo termine è entrato per la prima volta sulla scena della riflessione filosofico-teologica francese per opera di Leibniz all’inizio del 1700, con un’opera letteraria dal titolo programmatico: Saggi di teodicea sulla bontà di Dio, la libertà dell’uomo e l’origine del male.
In realtà la riflessione attorno alla teodicea era già sviluppata a partire dalla teologia dei popoli della Mesopotamia: come attestano alcune mitologie antiche, appartenenti alla tradizione assiro-babilonese in cui si narra l’origine del bene e del male per opera degli dei.
Anche nella tradizione ebraica dell’Antico Testamento emerge una concezione della giustizia divina, in particolare dell’avventuroso libro di Giobbe, che narra in modo, oserei dire, assolutamente realistico, il dramma della sofferenza umana, affrontata dal protagonista, che si sente in certi momenti persino abbandonato o addirittura “maledetto” da Dio, dai suoi compagni, dalla vita stessa.

Teodicea: il contributo della filosofia platonica
Anche nell’ambito della filosofia antica emerge in maniera del tutto chiara una riflessione circa la teodicea: basti pensare a Platone che nel celebre testo della Repubblica sostiene: “Del male il Dio non può essere ritenuto causa. Dio è bene. Dio è immutabile, è semplice, è veritiero ed è causa di tutti i beni. Dio è innocente”.
Tutta la riflessione teologica successiva si basa su questo dettato platonico: Dio deve essere ritenuto innocente del male che devasta il mondo, del nostro “far male”. Quindi è per sua scelta, per sua libertà che l’uomo commette il male. L’uomo non è determinato da alcuna divinità nell’agire male. Le imperfezioni e le mancanze umane sono il prodotto della sua libertà.
Teodicea: la risposta teologica di Sant’Agostino
Come possiamo allora mantenere efficace il detto che “Dio è innocente del male” se la caduta dell’anima è necessaria ed è male?
Ecco la grande aporia in cui si imbatte tutta la tradizione filosofica tardo-antica e, da quel punto, tutta la tradizione filosofica europea e teologica cristiana. La grande domanda che interpella non soltanto la filosofia, ma tutta la grande letteratura europea, basti pensare ad autori del calibro ad esempio di Leopardi o di Dostoevskij: se l’anima inevitabilmente è destinata a cadere in errore, come può essere essa colpevole? Come possiamo non pensare che non vi sia un male in Dio?
La risposta fondamentale della cristianità è quella che risale a Sant’Agostino: “Dio non è autore del male, ma ne è origine”, cioè Dio non è colui che provoca il male, bensì per conseguire un bene maggiore (la libertà umana) non poteva che creare l’uomo capace di peccato, di male. Quindi Dio è “origine” del male perché rende l’uomo in grado di peccare, ma non compie il nostro peccato, poiché non è l’autore del nostro male. Detto in altri termini, la libertà umana è ciò che determina la scelta relativa al male.
Il problema di Dio e la questione della sofferenza
Da dove viene il male, la sofferenza di tanti innocenti? Come è possibile sostenere di fronte alla situazione di irredenzione del mondo che il mondo stesso nonostante tutto è redento?
Secondo la teologia giudaica questa redenzione deve ancora attuarsi sulla scena della storia e si tratta di una speranza presente già in diverse utopie moderne pensiamo alla fede rivoluzionaria nel progresso, l’utopia marxista: entrambe partono dal fatto che l’uomo deve prendere nelle sue mani il proprio destino (nel senso di una autonomia che esclude qualsiasi mediazione).
L’illuminismo moderno pensa la libertà umana in senso astratto, non è capace di cogliere che essa è sempre situata. L’uomo potrà contenere il male, ma qualsiasi tentativo volto ad eliminarlo, si risolverà sempre in violenza e totalitarismo.
Tale percezione della sofferenza ha modificato la stessa situazione della teologia contemporanea che ha come partner privilegiato non più l’incredulo illuminato, bensì l’uomo che soffre e che sperimenta la situazione di non salvezza, ovvero la sua stessa misera e complessa condizione umana. Il problema di Dio e la questione della sofferenza risultano strettamente congiunti: l’uomo tende alla salvezza proprio perché sperimenta la propria situazione di non salvezza per cui si ribella.
Le esperienze di sofferenza sono quindi episodi di contrasto, e, nemmeno l’eliminazione di Dio (ateismo) può spiegare la sofferenza e placare il dolore. Se è possibile ancora sperare, significa che è possibile un nuovo inizio, che non è possibile dedurre dalle condizioni in cui si vive (dolorose) ma perché esiste un’istanza che sta al di sopra di qualsiasi ingiustizia: la speranza è possibile solo se si crede in una redenzione.
La tesi della Teodicea
Il problema della sofferenza allora modifica anche la questione su Dio: con il termine “teodicea” (Leibniz) si è inteso sempre giustificare Dio di fronte al male presente nel mondo.
La teologia cristiana che qualifica Dio come libertà assoluta nell’amore, non poteva ammettere un dualismo (il male deriva da un principio originario e maligno indipendente da Dio) che limita l’assolutezza della libertà divina, né un monismo che pone in questione l’amore (il male deriverebbe da Dio stesso).
La tesi della teodicea era la seguente: Dio vuole solo il bene però permette il male come pena per la colpa, come prova e purificazione dell’uomo, per far emergere la bellezza del bene. La finitudine è intesa come male metafisico, mentre il male che è a servizio del bene è reso in un certo senso buono: in tal modo si sciupa la libertà umana.
Nonostante tutto la dottrina tradizionale della teodicea aveva sottolineato come il male fosse una realtà secondaria che si può sperimentare solo in contrasto con il bene e nell’orizzonte del bene: qui emerge il carattere contradditorio del male che pur essendo qualcosa in sé è niente. Ciò spiega perché il peccatore nella Bibbia ha perso il diritto ad esistere: il vero problema non è di giustificare Dio, ma il peccatore.
Il fatto che il peccatore vive ancora, dimostra che il peccato è sempre avvolto da un amore più grande, il quale accoglie e giustifica il peccatore mentre smaschera il male e lo vince. Allora il problema di Dio in coloro che soffrono è quello che riguarda un Dio che con-patisce, si identifica con la sofferenza e la morte dell’uomo.
Risulta chiara allora l’interconnessione tra il problema di Dio, della salvezza e di Cristo: la croce di Gesù è il luogo dove si decide l’intera questione su Dio. Se tale questione è posta concretamente in riferimento al male e alla sofferenza, può essere risolta solo in termini cristologici e staurologici come teologia della croce.









