Uno sguardo all’enciclica Veritatis splendor

Una riproposizione contenuta e specifica circa la portata della coscienza morale

Per quanto riguarda l’agire umano nella storia, l’enciclica Veritatis splendor offre una riproposizione contenuta e specifica circa la portata della coscienza morale: come si legge nella sua introduzione, essa muove da una lettura critica e contestualmente propositiva sia dell’esperienza morale nella Chiesa e nel mondo, sia della riflessione morale in ambito teologico.

Questa lettura critica si esplicita principalmente attorno alla forte riproposizione della centralità della verità morale, a cui è connessa la libertà umana. Questo progetto dell’enciclica interseca diverse tematiche, quali l’opzione fondamentale, l’atto morale, ed infine anche quella della coscienza morale. Rispetto a quest’ultima in particolare, l’enciclica si preoccupa di criticare sia il giudizio di insufficienza, riservato alla concezione tradizionale della coscienza morale sia alcuni tentativi odierni di una sua ricomprensione, sorretti dal comune intento di colmare lo scarto, oggi ritenuto sempre più ampio, tra l’istanza normativa generale e l’irripetibilità particolare del soggetto singolo e della situazione esistenziale in cui vive. Scarto ritenuto altrimenti insanabile ed inconciliabile, senza l’intervento creativo della coscienza morale stessa, che dovrebbe assicurare la traduzione della norma in vista del vissuto concreto.

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Il nucleo centrale dell’insegnamento dell’enciclica

L’enciclica così riassume il nucleo di questo orientamento:

«volendo mettere in risalto il carattere ‘creativo’ della coscienza, alcuni autori chiamano i suoi atti, non più con il nome di ‘giudizi’, ma con quello di ‘decisioni’: solo prendendo ‘autonomamente’ queste decisioni l’uomo potrebbe raggiungere la sua maturità morale» (VS 55).

In atteggiamento propositivo l’enciclica, riallacciandosi esplicitamente al dettato paolino della coscienza morale, in particolare al testo della lettera ai Romani, ribadisce il suo ineludibile rapporto con la legge morale e la sua conseguente funzione di unico ed intimo testimone della persona verso se stessa e quindi verso Dio, circa la fedeltà o il tradimento di fronte alla legge morale. In questo senso, e in continuità con la tradizione biblica, si riafferma la prerogativa della coscienza di essere essenzialmente un giudizio pratico, è cioè

«…l’applicazione della legge al caso particolare, la quale diventa così per l’uomo un interiore dettame, una chiamata a compiere nella concretezza della situazione il bene. La coscienza formula così l’obbligo morale alla luce della legge naturale: è l’obbligo di fare ciò che l’uomo, mediante l’atto della sua coscienza, conosce come un bene che gli è assegnato qui e ora»8.

Agire in vista del bene, riconoscendo la verità

L’uomo deve agire in conformità all’obbligo morale, poiché è la norma prossima della moralità personale, ossia il riconoscimento pratico e concreto della verità circa il bene morale. Inoltre l’enciclica prevede anche la possibilità del giudizio di coscienza erroneo, ma non per questo essa perde la propria dignità poiché «non cessa di parlare in nome di quella verità sul bene che il soggetto è chiamato a ricercare sinceramente», per cui certamente occorre condannare il male commesso senza però ledere il soggetto che, in coscienza, potrà accogliere la conversione del cuore.

Per l’enciclica, fondamentale risulta essere la formazione della coscienza morale con lo scopo di assicurare al soggetto la conoscenza della verità, in base alla quale la coscienza possa emettere il suo giudizio pratico.

Infine, si può affermare come la Veritatis splendor dimostri una sostanziale sintonia con le indicazioni paoline, in particolare nella riproposizione e nello sviluppo del rapporto verità e coscienza: tutto questo a motivo del fatto che il fulcro della sua attenzione rimane il mistero dell’uomo nella sua complessità, letto alla luce del mistero di Cristo uomo e Dio.

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Claudio Daniele

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