La predicazione di San Paolo nell’ambiente e nella cultura dell’ellenismo
La fede in un ambiente diverso da quello in cui era sorta: l’ellenismo.
Il recupero e la significatività del concetto di syneidesis (coscienza) da parte di S. Paolo, rappresenta certamente un tentativo riuscito di inculturazione della fede in un ambiente diverso da quello in cui era sorta: l’ellenismo.
Tuttavia, S. Paolo inserisce nella sua predicazione il concetto di coscienza, senza mai spiegarlo approfonditamente, né tantomeno presentarne una vera e propria teoria, ma utilizzandolo in modo tale per cui se ne evince una conoscenza ben acquisita da parte dei suoi ascoltatori. Per S. Paolo la syneidesis non è un concetto prettamente teologico, ma antropologico, che egli assume dall’uso linguistico del suo ambiente, senza che la sua teologia, nel suo contenuto, sia da esso determinata in modo nuovo.
Si potrebbe notare il fatto che non sempre alcuni sviluppi successivi – sia patristici sia teologici, anche recenti – sembrerebbero essere in sintonia con questa ristretta collocazione della tematica della coscienza prospettata dall’Apostolo delle genti.

La coscienza come giudizio morale e non semplice conoscenza
Inoltre, per S. Paolo la syneidesis – e forse qui un certo divario con alcune concezioni della coscienza, soprattutto recenti, si fa maggiormente sentire e trova maggior terreno di effettiva discussione – non è la fonte di conoscenza morale dei valori e delle norme, che è invece da presupporre all’istanza giudicante della coscienza, conoscenza che è data per tutti dalla ragione morale, e per il cristiano dalla ragione illuminata dalla fede (Rm 12,2).
Ulteriore aspetto della conoscenza morale è che si estende verso il nuovo. Ogni conoscenza, anche della volontà divina, è tuttavia per S. Paolo sempre parziale (1Cor 13,9). Infine rimane a questo proposito da precisare che la coscienza non si limita a ripetere ciò che è il risultato del discernimento morale, svolto nel pensiero e nella ricerca del singolo, ma possiede un carattere di autonomia, che la rende autorevole nel proprio giudizio morale.
Il contesto teologico, ossia la relazione della coscienza con il Dio di Gesù Cristo, le pone il suo limite invalicabile, a tal punto che nemmeno il suo sincero giudizio (come espresso in 1Cor 4,4) è istanza definitiva di giustificazione, ma ciò che conta è solo il giudizio di Dio. Infatti, essa non è un’istanza critica infallibile. Il suo giudizio può essere limitato e persino soggetto all’errore.
Il compito della teologia
San Paolo insieme agli altri redattori del Nuovo Testamento sono personalità forti dal punto di vista spirituale, indipendenti, amanti dello Spirito di Gesù, sono tutti strettamente legati alla sua parola e con coraggio applicano il suo messaggio al proprio tempo, senza sminuire in nulla i precetti che rimangono fondamentali.
Anche oggi, grazie allo sviluppo della riflessione biblica, si può ritrovare la purezza della fede insieme al vigore della sua radice. Per questo la teologia è invitata ad annunciare questa verità senza indebolimenti, presentando le esigenze di Gesù Cristo nella loro precisione e incisività. Ai cristiani spetta il compito della nuova evangelizzazione che gli scritti neotestamentari hanno assolto nel passato, ossia predicare il messaggio di Cristo con lo stesso ardore di fede, impegno morale e vigilanza escatologica.









