Alla scoperta della dimensione profonda della coscienza come “sacrario dell’uomo”
Le lettere apostoliche: una guida per la vita morale delle prime comunità cristiane
La proclamazione del Vangelo di Gesù, annunciato dai primi cristiani, portò alla formazione della Chiesa e ben presto le nuove comunità si trovarono di fronte a problemi le cui soluzioni non erano sempre contenute nei Vangeli.
A questo proposito le lettere apostoliche cercano di dare alcune risposte a tali bisogni, che condizionano i singoli precetti concreti e le conseguenti norme morali.
Le comunità primitive consideravano Gesù non solo il Messia già venuto, ma il Salvatore finale, il Giudice atteso affinché portasse a compimento la sua opera. Tale attesa della parusia (venuta di Cristo alla fine dei tempi) ha esercitato un influsso sulla dottrina morale dei primi secoli, così come l’aspettativa di una vittoria di Cristo sulle forze del male che devastano il mondo ha impresso un carattere particolare alla visione del mondo e alla condotta morale dei primi cristiani. Per questo motivo S. Paolo esorta i cristiani ad essere irreprensibili in vista del giorno del Signore (1Tes 3,13).

Una morale che guarda alla fine dei tempi
Da questa iniziale testimonianza non si ricava l’impressione della vicinanza della parusia nel senso dell’esigenza di un’etica per il tempo intermedio (urgente e affannata), bensì un atteggiamento di serenità poiché la speranza è viva e non incalzante: lo sguardo rivolto alla fine rende i cristiani pellegrini sulla terra, ma non li fa cadere in un’angoscia apocalittica.
Insomma l’attesa diventa un invito alla conversione e la Chiesa primitiva ha colto la condizione escatologica dell’uomo in questo mondo, per cui il cristiano è in cammino e non vive in uno spazio super-storico, bensì è chiamato a operare la sua salvezza in questo mondo, in questa storia dove si svolge la sua sfida. I cristiani risultano dunque attenti al quotidiano, alla fedeltà verso il presente, poiché l’incontro con il Signore richiede una operosità nell’attualità, senza slanci apocalittici in avanti e senza scoraggiamenti all’indietro. Questa indicazione sottolinea il fatto di quanto sia importante partire dalla situazione attuale, esattamente come per la rivalutazione della coscienza nel dibattito culturale che si sta riproponendo da più punti di vista, così il partire dal contesto odierno apre l’orizzonte per una ricomprensione del tema della coscienza cristiana, chiamata a trovare la sua origine proprio nella fedeltà a Gesù Cristo.
L’insegnamento morale della prima Chiesa è conseguenza derivata dalla nuova vita in Cristo, per cui il fondamento immediato dell’obbligo morale è visto nella santificazione dell’uomo da parte dello Spirito e della sua nuova vita in Cristo come Figlio di Dio, come figlio nel Figlio (senza questa considerazione infatti non si comprenderebbe alcun imperativo morale).
L’influsso paolino nella definizione di “coscienza”
L’attuale concetto di coscienza morale dimostra di avere un debito nei confronti di S. Paolo, soprattutto grazie alla mutuazione del concetto ellenista di syneidesis nella rivelazione cristiana e, con un allargamento di orizzonte, nella cultura occidentale.
La syneidesis neotestamentaria ed in particolare paolina, attraverso una lettura storico-sistematica, cioè individuando i suoi diversi significati nello sviluppo biblico-teologico, acquisisce anzitutto il suo significato umano come auto- coscienza, come testimonianza ultima dell’autenticità del proprio agire e, in secondo luogo, il suo significato cristiano, normato dalla carità e rimandato drasticamente alla salvezza operata da Cristo. Quest’itinerario segnala inoltre la necessità di una formazione della coscienza morale in quanto cristiana: tutto questo percorso, se vogliamo, coincide esattamente con la vita stessa di S. Paolo, il quale a un certo punto della sua esistenza ammette: «Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, è Cristo che vive in me» (Gal 2, 20). In quest’ottica si colloca anche il tema del desiderio che lo stesso Apostolo delle genti così esprime:
«Per me infatti il vivere è Cristo e il morire un guadagno … Sono messo alle strette infatti tra queste due cose: da una parte il desiderio di essere sciolto dal corpo per essere con Cristo, il che sarebbe assai meglio; d’altra parte, è più necessario per voi che io rimanga nella carne» (Fil 1, 21-24).









