Il senso autentico di una “Buona” coscienza

Alcuni testi paolini si caratterizzano per l’aggiunta al termine coscienza degli aggettivi di “buona” e “pura”, oppure “cattiva” o “macchiata”.

In questi passi, la fede, in quanto valore normativo, acquista per la coscienza un peso notevole e decisivo: occorre sottolineare come la coscienza, nella letteratura paolina sia segnata da una consapevolezza del bene o del male operato; mentre, rispetto alla sua funzione testimoniante, acquisisce maggiormente la connotazione di giudicante del bene e del male, ingiungendo l’adesione al bene e la fuga dal male.

Infine, in S. Paolo la coscienza è prevalentemente attuale, iniziando a divenire più marcatamente coscienza “cristiana”.

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Vivere secondo lo spirito

Diamo ora uno sguardo alla sezione parenetica in cui emerge chiaro l’imperativo morale dell’esortazione con una motivazione escatologica (Rm 12, 1-2), S. Paolo invita i cristiani a vivere secondo la legge dello Spirito, poiché la risposta del cristiano alla bontà e misericordia di Dio è caratterizzata da un movimento ascensionale in cui l’esistenza del credente diventa culto a Dio, anche attraverso il corpo, che rappresenta la concretezza relazionale della vita e non semplicemente la dimensione materiale.

Questa spinta oblativa è definita da S. Paolo come il culto logico in quanto tale sacralità globale, che comporta la donazione totale di sé, offre un senso all’esistenza umana e al culto spirituale gradito al Signore. Ma come è possibile realizzare concretamente, in termini di comportamento, questa sacralità totale e radicale?

Al versetto 2, l’Apostolo delle genti invita i cristiani a non assumere acriticamente lo schema del mondo, la mentalità corrente e, a tale atteggiamento precauzionale, aggiunge un aspetto positivo ossia un impegno coinvolgente di carattere positivo che coincide con la legge dello Spirito: il cristiano è attivo nella storia ed è chiamato a lasciarsi continuamente trasformare dall’azione dello Spirito. Questo momento è finalizzato al discernimento della volontà di Dio.

Il cristiano possiede già il dono della verità di Cristo, ma ancora allo stadio primitivo, per cui questo dono domanda di essere elaborato, accolto e trasformato. Questa legge dello Spirito non fluttua nel vuoto ma porta al cristiano il contenuto della fede nella quotidianità, ecco perché ad esso sono richiesti attenzione e discernimento.

Criteri per un valido discernimento

Nel testo di Rm 13, San Paolo affronta, in una situazione decisamente complessa, il tema dell’obbedienza e del rispetto dovuti all’autorità statale (si tenga presente che a Roma in quell’epoca governava l’imperatore Nerone).

Nella questione l’Apostolo delle genti rifiuta un adattamento puramente esteriore o un servilismo acritico, dovuto al timore di subire le conseguenze dell’azione repressiva imperiale. Un simile atteggiamento e comportamento, proprio a motivo dell’esperienza della coscienza, è incompatibile con un sano ed autentico vissuto morale cristiano, che richiede l’assunzione personale e la convinzione interiore di tutto quello che il soggetto morale opera.

L’appello alla coscienza altrui

A questo proposito S. Paolo indica tre criteri di discernimento che rappresentano una verifica nell’applicazione della legge dello Spirito.

Anzitutto ciò che è “buono” ossia per compiere la volontà di Dio occorre che il contenuto dell’agire sia buono, cioè capace di fare del bene agli altri. Ciò che è “gradito”, ovvero se l’appello di una scelta pone il credente in un rapporto di maggiore intimità con Dio, questa rappresenta la prova che il decidersi umano è riuscito a cogliere la volontà divina. Infine ciò che è “perfetto”: la scelta individuata come volontà di Dio è tale se rende il credente “simile” a Dio (secondo il dettame scritturistico) poiché ha deciso di non appartenere a sé stesso ma al Signore.

Per S. Paolo si tratta dunque di un compito inderogabile che coinvolge il cristiano in profondità. Anche nella lettera ai Galati (Gal 5, 16-25). S. Paolo rimarca con forza il tema della Legge unito al significato dei desideri della carne o contrari ad essa, soprattutto questi ultimi sono autentici poiché guidati dallo Spirito: emerge in maniera chiara la connessione tra l’evento di salvezza in Gesù e le esigenze del comportamento umano che sono chiamate a conformarsi, in maniera anche imperativa, al modello di Cristo morto e risorto. Per questo motivo la rete dei molteplici rapporti interpersonali può e deve costituire la realizzazione della nuova vita donata da Cristo: ciò significa precisamente “rivestirsi” del Signore Gesù e non seguire i desideri della carne (Gal 5). Emerge l’esperienza della novità di vita come dono: il credente è colui che desidera affidare la sua salvezza a Cristo.

Il comportamento umano buono e autentico è interpretato come frutto dell’azione dello Spirito nell’esistenza del credente, il quale, attraverso il suo modo di agire, manifesta la propria disponibilità nel lasciarsi guidare dallo Spirito. Il dialogo etico assume una dinamica del tutto particolare e significativa con la cultura ellenistica: ascolto della realtà, assunzione critica e
interpretante, riproposizione.

In tal modo l’efficacia della fede arriva a segnare l’ethos umano, contribuendo al formarsi di una moralità propriamente cristiana.

Teologo

Claudio Daniele

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