La condizione di “forestiero della vita”

Il mancato rapporto con la realtà in una dimensione di positività, di pienezza, di totalità.

Nelle varie vicende di Mattia vi è un motivo di fondo che, per così dire, le unifica e ne costituisce la cifra interpretativa: la sua condizione di forestiero della vita, ossia il suo mancato rapporto con la realtà in una dimensione di positività, di pienezza, di totalità*. Questo fallimento è constatabile nelle varie fasi della sua vita, ma nasce da motivazioni e da cause differenti. In un primo tempo, quando egli ancora vive in famiglia, la sua mancata realizzazione, l’assenza di libertà e il senso del limite traggono origine dalle istituzioni sociali (matrimonio, famiglia).

In un secondo momento, quando il personaggio è diventato Adriano Meis e si apre ad un nuovo senso della vita, attraverso l’amore di Adriana Paleari, la mancata realizzazione, lo scacco, la coscienza della estraneità alla vita derivano paradossalmente dal rovesciamento della motivazione iniziale e sono dovute al fatto che il protagonista non è inserito, né può esserlo in alcuna istituzione sociale: non si può sposare, non può agire, insomma non è “persona giuridica”. La conclusione, implicita nel romanzo, risulta di un irrimediabile pessimismo, malgrado le valenze giocose e paradossali molto frequenti nella narrazione. Non ci si salva né dentro le istituzioni del vivere associato, né fuori, in nessun modo è realizzabile una condizione di pienezza.

Non resta quindi che una condizione di spettatore della vita, che in un certo senso viene messa tra parentesi, limitarsi a guardarla da esclusi, tutt’al più descriverla senza poterla vivere né assaporare: la vita infatti per Pirandello o la si vive o la si scrive. Alla luce di queste rapide considerazioni, risulta chiaro come con Il fu Mattia Pascal venga creato da Pirandello una sorta di archetipo che, con diverse sfumature e variazioni, avrà ampio spazio nella letteratura del Novecento un uomo frustrato nel proprio desiderio di identità e “straniero” alla vita, incapace o impossibilitato a determinare la propria esistenza (nella quale il ruolo della casualità sarà decisivo), fondamentalmente inetto alla vita. Emerge in maniera precisa la consapevolezza dello scacco e dell’irrealizzabile identità, la coscienza della crisi, che in questo romanzo frequentemente si risolve in un “vedersi vivere”, in una sorta di sdoppiamento prodotto da un eccesso di riflessione, di consapevolezza dello scarto che intercorre tra vivere e coscienza del vivere.

*Per l’analisi di questo paragrafo cfr. N. BORSELLINO, Ritratto di Pirandello, Laterza, Bari 1983.
Teologo Claudio Daniele Teologia in pillole il fu mattia pascal

Crisi della libertà

Come già anticipato, nello scritto pirandelliano, la vita umana viene percepita come non autentica, poiché insieme alla società e alla famiglia vengono assegnati agli individui dei ruoli-maschere. La vita addirittura appare come un labirinto da cui non c’è via d’uscita: il corpo diventa la necessità da cui non è più possibile liberarsi. Di fronte a tale situazione, a volte, nell’uomo nasce il tentativo di fuga, alla ricerca della libertà, della vita vera, con l’obiettivo di evadere dalla prigione di forme convenzionali.

A questo proposito, prima di fuggire, la vita appare caratterizzata da un forte desiderio di libertà accompagnato da sofferenza, così anche per la vita dopo la fuga in cui la libertà risulta pura apparenza, e il desiderio mira a una nuova esistenza sempre accompagnata da grande sofferenza. Uno dei tentativi di ripiegamento può essere riscontrato nella cosiddetta pazzia cosciente, con la quale ci si vuole liberare dai vincoli: il risultato è pressoché analogo ossia una vita non vissuta, accompagnata dal gusto amaro per l’apparente libertà. Dunque l’esistenza è assurda esattamente come ogni ribellione.

Nel tentativo di essere liberi ci si sente sempre più legati e condizionati dalla nuova situazione o dalla nuova realtà che si presenta; emerge chiara la paradossalità di tale condizione poiché i vincoli (leggi, legami, convenzioni) generano paura e danno la sensazione di chiusura, soffocamento, ma d’altro canto è l’unica possibilità concessa all’uomo. Si tratta di una vera e propria contraddizione tra il desiderio di libertà e il bisogno dei legami. La conseguenza della fuga allora risulta essere una libertà apparente, l’esilio della non-vita, cioè la mancanza del senso di esistere. Ogni volontà di fuga fallisce miseramente per cui la vita vera, sognata, desiderata, rimane irraggiungibile.

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