Cammino sinodale della Chiesa italiana
Corresponsabilità nella missione
Il tema della corresponsabilità nella missione chiama in causa il senso profondo custodito dalla parola “responsabilità”, ossia “la capacità di rispondere di se stessi”. A partire proprio da questo significato, possiamo cogliere anzitutto lo stimolo a considerare il ruolo di ogni credente inteso come assunzione di impegno, come compito concreto. Questo fatto rientra nel più ampio discorso relativo al “dare ragione della fede” che abita i credenti, ossia una riconsiderazione seria e a ragion veduta della propria appartenenza alla Chiesa, in virtù della quale ciascuno è chiamato ad offrire il proprio servizio/contributo. Per questa riflessione potrebbe essere utile rileggere e meditare sulla Parabola dei Talenti (Mt 25, 14-30).
Inoltre la corresponsabilità significa ulteriormente saper “rispondere di se stessi di fronte agli altri”, in quanto siamo nell’ambito sinodale di una condivisione, che prevede non solo un dialogo fine a se stesso, ma prevede delle scelte concrete, operative i cui ciascuno si deve mettere in gioco/servizio in prima persona, offrendo disponibilità, attenzione, tempo, volontà e creatività. Questa attitudine al servizio si colloca proprio nel contesto della capacità di donazione che i credenti sono chiamati a vivere concretamente nella propria esistenza. Essere un dono per gli altri significa mettere a disposizione i propri talenti, facendoli fruttare al meglio, per il bene della Chiesa e l’edificazione del Regno di Dio su questa terra.

La missione, compito per eccellenza da parte della Chiesa
Dopo aver sinteticamente delineato le principali caratteristiche relative all’attitudine della corresponsabilità, passiamo ora ad analizzare la parola chiave “missione”. Molto spesso, a prima vista, questo termine ci rimanda immediatamente all’esperienza di dedizione vitale che alcuni cristiani laici, religiosi/e, consacrati/e vivono nelle cosiddette “terre di missione”, in quanto identificati come “missionari”. Si tratta di una considerazione un po’ riduttiva poiché la missione, in realtà, riguarda il compito per eccellenza che la Chiesa ha acquisito sin dalle origini del cristianesimo e su mandato di Gesù. La missione dunque è un’impresa globale, che coinvolge in prima persona ogni battezzato/a, proprio in quanto tale.
Così al capitolo IV ribadisce il testo della Commissione Teologica Internazionale intitolato “La sinodalità nella vita e nella missione della Chiesa”:
«Ogni rinnovamento della Chiesa consiste essenzialmente nell’accresciuta fedeltà alla sua vocazione. Nel compimento della sua missione, la Chiesa è dunque chiamata a una costante conversione che è anche una conversione pastorale e missionaria, consistente in un rinnovamento di mentalità, di attitudini, di pratiche e di strutture, per essere sempre più fedele alla sua vocazione. Una mentalità ecclesiale plasmata dalla coscienza sinodale accoglie con gioia e promuove la grazia in virtù della quale tutti i Battezzati sono abilitati e chiamati a essere discepoli missionari. La grande sfida per la conversione pastorale che ne consegue per la vita della Chiesa oggi è intensificare la mutua collaborazione di tutti nella testimonianza evangelizzatrice a partire dai doni e dai ruoli di ciascuno, senza clericalizzare i laici e senza secolarizzare i chierici, evitando in ogni caso la tentazione di un eccessivo clericalismo che mantiene i fedeli laici al margine delle decisioni.
La conversione pastorale per l’attuazione della sinodalità esige che alcuni paradigmi spesso ancora presenti nella cultura ecclesiastica siano superati, perché esprimono una comprensione della Chiesa non rinnovata dalla ecclesiologia di comunione. Tra essi: la concentrazione della responsabilità della missione nel ministero dei Pastori; l’insufficiente apprezzamento della vita consacrata e dei doni carismatici; la scarsa valorizzazione dell’apporto specifico e qualificato, nel loro ambito di competenza, dei fedeli laici e tra essi delle donne».
L’urgenza di ripresa di un annuncio efficace
Il Battesimo infatti abilita il credente alla sua missione sacerdotale, profetica e regale. Siamo tutti degli “inviati”, dei “mandati”, anzitutto ad annunciare il Regno di Dio e la Buona Notizia e, attraverso questo incarico così importante, siamo inviati ad incontrare chi non appartiene al nostro giro, chi non partecipa alla vita della Comunità, ma fa parte delle nostre frequentazioni. Oggi più che mai risulta urgente questa ripresa di un annuncio che passa attraverso le vicende semplici della quotidianità. Ciò che fa la differenza è il carattere testimoniale del credente che con il suo relazionarsi, il suo agire, il suo atteggiamento, è capace di trasmettere i grandi valori della sua fede e ciò che conta di più per la sua esistenza. Solo così possiamo davvero definirci testimoni credibili: non a caso, la fede passa proprio attraverso la testimonianza di altri credenti che hanno scommesso la loro vita su quel Gesù che ha la pretesa di essere il Salvatore dell’umanità. Dunque la missione del cristiano si traduce in un annuncio positivo e pro-positivo, per dirla con il linguaggio biblico si potrebbe definire “profetico”, capace di risvegliare i cuori assopiti, di far suscitare domande, sogni, desideri autentici, e soprattutto capace di offrire un senso valido per l’esistenza umana.
